giovedì 31 gennaio 2008

Essere Forti…

Dicono che io abbia tante risorse, dicono.
Dicono che io sia forte e che anche il mio carattere lo sia.
Ma quando ci sono eventi che ti espongono nuda del tutto come si fa a non avere un po’ paura?
Sentirsi impotenti, impauriti, arrabbiati, con il cuore che va a tremila di notte e di giorno, di giorno e di notte.
Il mio cuore segue un ritmo tutto suo, e quello del telefono. Ma mi faccio forza perché sento che devo.
Ma ho rabbia amara in circolo e a tratti tremo, e non ho abbracci in cui io mi possa rifugiare per scaldarmi, se non in quelli degli amici. E non so come sfogarmi.
Ho pianto questa mattina quando nessuno mi vedeva, quando la casa ancora dormiva e mentre mi preparavo per andare in facoltà. Odio piangere ed essere guardata.
Sento che adesso non mi importa di nulla e penso solo ad aspettare notizie buone e che mi dicano che tu stai bene. Convivo con un nodo alla gola che si stringe e s’allenta a seconda delle ore. Convivo con il mio umore che va su e giù come un’altalena. Nel frattempo tremo, mi riprendo, bevo troppi tè e caffé, mi distraggo, parlo, ma poi mi assento, mi stacco da me e divento muta. Che periodo di merda. Che inizio di anno di merda.
Ma reagisco e tenacemente mi intestardisco perché so che devo fare così, ché non mi piace sentirmi sopraffatta. Rimango in silenzio, a tratti respiro, e ti penso, ti penso tantissimo.

lunedì 28 gennaio 2008

Intolleranze

Se mangio un determinato tipo di funghi il mio corpo viene colpito da sensazioni strane…Tutto questo si chiama intolleranza, ma io spesso me ne frego e continuo imperterrita a mangiare. E questa intolleranza, per me che ne sono a conoscenza, si vede ad occhio nudo, tanto che qualcuno ogni tanto mi dice: “Ma cosa ti sta succedendo?”. Ci sono però delle intolleranze invisibili, qualcosa ti dà fastidio e ti prude, ma non c’è nulla sul tuo fisico che ne possa testimoniare l’esistenza. Ed io forse debbo ancora capire quale è il mio grado massimo di intolleranza che produca una reazione abbastanza chiara all’esterno. Come se fosse una spia, un segnale, che avverte colui o colei che produce in me questa intolleranza a smettere di assillarmi, rompermi le scatole, insistere quando non ce n’è davvero motivo. Io sono così: se una persona con me è chiara e il messaggio mi arriva, a meno che io non sia davvero molto arrabbiata e non debba far valere le mie ragioni, mollo la presa, cado in silenzio, mi allontano e ciao. E invece no, il mondo sembra girare al contrario, le persone mancano di raziocinio, giocano tutte le carte inclusi i jolly e quando mancano le carte bluffano. Ed io non sono capace di mandare a quel paese nessuno con dei modi che non siano garbati, sono troppo educata gliel’ho sempre detto ai miei genitori, ogni tanto si deve essere stronzi così vedi come ti capiscono. Funziona con tutti, con la sottoscritta no. Quindi è facile che mi ritrovo sempre nelle stesse situazioni, ma a tutto c’è un limite, ed io ho solo imparato a manifestare il mio dissenso quando una persona oltrepassa la mia riga rossa, oltre quella sei irrimediabilmente fregato, e non mi importa quante cose carine potrai dire, non c’è storia, però alla fine automaticamente io sono quella stronza. Ma va bene, va bene così. Sono davvero una stronza.
Adesso è tempo di recuperare le forze, di riappropriarmi del sonno perso dell’altra sera, di fare ordine nella mia vita, di mettere a tacere tutto quello che mi dà fastidio e che vorrebbe allontanarmi dalle mie priorità.
Io ci metto la forza di volontà, il tempo farà il resto.
Cavolo come mi girano oggi, è proprio lunedì…

sabato 19 gennaio 2008

Sento Che Mi Dispiace…

Ora che c’è silenzio… sento che mi dispiace… e tanto.
Chiedo inutilmente al tempo e al destino beffardi per quanto altro tempo ancora decideranno di divertirsi con me, prendendomi a calci… perché loro sanno come fare, sono in balia del loro piede sinistro, e la mia volontà per quanto sia forte può davvero così poco… spostarsi su qualcun’altro no eh?
Chiedo, con una grande escrescenza di rabbia, “per quanto altro tempo ancora eh?”, perché in teoria sarei stufa e anche un po’ stanca, e le forze non è che siano infinite, per quanto ancora forte io possa sentirmi. Vorrei rosicchiarmi i gomiti, ma poi mi chiedo come farei ad appoggiarmi sul tavolo, come faccio sempre, per fissare la mia città fuori dalla finestra? Oggi c’è il sole e sorrido almeno un po’, ma sento che mi dispiace.
Perché tutto è così difficile e niente è facile. E perché deve essere sempre così per me? Non ho firmato né carte, né strani abbonamenti alla sfiga, eppure.
Perché mi sembra di partecipare ad un gioco dove tutti conoscono regole, scorciatoie, bluff ed io no?
Non è mica giusto. Perché questo periodo deve essere così dannatamente strano?
Perché incontro persone che non mi piacciono, e tutto poi continua ad aleggiare nell’aria, ma maledettamente la voglia di vederti, di stare insieme, di scoprire quello che ancora non ho vissuto di te, predomina? E in parte so che è così anche per te. Ma come al solito c’è un ma!
È una strana sensazione quella che ho addosso, è quella dell’essere sempre in ritardo con gli eventi della vita, ed io ho ovviamente il fiatone e un uovo sodo nella gola, che non scende e non sale.
È come se mi avessero messo in una stanza da ballo, ed io ballassi continuamente fuori tempo, con il maestro che corregge con un’asta di legno, toccando in più punti, tutti gli errori che faccio. Lasciandomi qualche segno.
Io Ballo fuori tempo. Da sempre.
Pensare che poteva essere… ma forse è giusto anche così, no? Forse.
E lo so che potrei sembrare presuntuosa, io ti conosco molto bene, e l’istinto a volte è più forte di tutto. E capisci anche quando dall’altra parte qualcosa c’è.
E mi è successo tante volte nella vita che certe mie sensazioni le so riconoscere.
Non mi accorgo quasi mai delle persone che mi passano accanto, ma stavolta è stato diverso.
Per questo sento che mi dispiace. Ma forse adesso è giusto anche così. Sono tutta intera, e nonostante tutto mi sento serena.
Ho svuotato il sacco, ho detto ciò che pensavo, sono stata sincera come sempre, perché per me in queste cose si deve essere se stessi, per non tradirsi.
Non concepisco strategie, né giochetti, e l’unico asso presente nella mia manica è essere me stessa sempre. Perché non potrei essere mai un’altra.


lunedì 14 gennaio 2008

I’m An Alien…

Non molto tempo fa, e con tanta presunzione, pensavo che fossero gli altri ad essere diversi ed io quella normale. E anche se ho sempre detestato le categorie, le divisioni e le spaccature che relegano le persone su piani differenti, devo ammettere di essermi sbagliata. E tanto.
Perché adesso, e senza alcuna presunzione, posso dire di sentirmi un’aliena fatta e finita, sono io quella diversa, capovolta, fatta al contrario, senza capo né coda, con una razionalità e logica tutta sua, e gli altri, gli altri sì che sono normali. Ok l’ho ammesso. Ammetto la mia natura aliena. E sto da Dio. E sapete cosa c’è? Non provo invidia per gli altri, per quelli normali, intendo. E non mi importa forse nemmeno sapere di cosa sia composta questa normalità di cui si parla, visto che non mi ci riconosco nemmeno un po’. Perché per me non riconoscermi in qualcosa è come indossare un abito che non mi piace e che mi fa sentire terribilmente a disagio in mezzo agli altri.
Soltanto per un attimo, in questa mia cosciente discesa nello stato alieno, mi sono sentita spaesata. Ciò che non è vitale è superfluo.
E di cose superflue ne ho piene le scatole.
Oggi la normalità è superflua, galleggia sulle teste, allontana mica avvicina, rende freddi mica scalda, chiude mica apre. Insomma tutto il mio opposto. Per questo io mi sento un’aliena e non normale. In questa condizione di aliena mi sono ripiegata più volte su me stessa e ho impiegato il tempo a scavare buchi perdendomi nei miei segreti, ammettendo le mie pecche e tutti i miei difetti, aggiungendo voci alla lista dei miei bisogni primari, e solo così sono stata capace di spiegare il motivo del mio disagio, delle lacrime, del sentirmi mancare spesso l’aria, e di non capire cosa mi venisse detto.
Ammettere la propria natura e i propri bisogni ci libera e ci espone allo stesso tempo.
Alla fine non serve nemmeno mettersi su piani diversi per sforzarsi di comprendere l’incomprensibile, perché è del tutto inutile.
Il fatto è che a questo mondo esistono tanti altri alieni, perché per fortuna non sono l’unica, ma a volte non so come fare a riconoscerli, perché non abbiamo mica la pelle verde, strane macchie, o piccole code nascoste sotto gli strati dei vestiti.
Forse ci vuole naso e istinto, destino e momenti giusti. Solo questo.

“In alto sopra di me gli alieni, tutte queste strane creature…
Spero che scendano un giorno su una strada di campagna a notte tarda mentre guido, mi facciano salire a bordo delle loro navi meravigliose
e mi facciano vedere il mondo che amerei vedere”.

Strane Alchimie Di Coppia…

Le coppie sono affare strano, puro mistero, ingarbugliato gioco di alchimie, reazioni, e trasformazioni. Si è un po’ come l’argilla nella coppia, ci si plasma, ci si spalma, ci si modifica pezzo dopo pezzo. Che cosa strana sono le coppie, assomigliano ai viaggi in treno prendi un biglietto e parti: possono sembrare eterni, troppo lunghi o troppo brevi. Le coppie sono uno strano gioco di equilibri amari, dolci, zuccherosi, aspri o salati come lacrime. Le coppie sono qualcosa che è difficile da spiegare, perché forse definirle non renderebbe loro giustizia alcuna. Ma nel cuore di chi ama la coppia è come i componenti di un buon frappé: ben amalgamati ed uno indissolubilmente legato all’altro, se viene a mancare anche uno solo di questi, il gusto non è più lo stesso e l’immagine dolce sul nostro viso cede il posto ad una triste smorfia. Le coppie non le puoi capire da fuori, e ancora meno al loro interno. La coppia la devi vivere punto e basta, sia che salga, sia che scenda. Senza ma e senza se, riempi il tuo sacco con i tuoi sogni, le tue speranze e le tue esigenze, prendendo anche le sue e sperando che non si soffochino a vicenda. Arriva poi un giorno in cui quel biglietto per un motivo o per un altro, si sgualcisce e quasi non vedi né la destinazione, né tantomeno il posto che ti era stato assegnato: c’è solo nebbia. Succede che un giorno non parli più, non esterni più, ed è forse quello l’errore che dà al tutto un’aurea mortale, perché solo la voce dà corpo a quel che cova giù nel fondo. Perché una coppia è una strana alchimia di odori, sapori, giochi, ma è soprattutto parole: urlate o sussurrate, poco importa, basta che ci siano. Perché un bivio senza scambio già deciso porterà il treno al deragliamento, perché non ci si può dividere, perché non si amano due o tre persone per volta, e chi afferma questo è solo un superficiale che ha avuto la sventura di non innamorarsi mai per davvero. E l’amore non è solo quanto hai nelle tasche, o da dove vieni, anche se sono componenti importanti, perché se i pezzi che mancano a te, per caso ce li ho io nel mio sacco, bhé forse è per quello che il caso ci ha fatto incontrare. Si tentenna, ci si trascina, conosco un’inifinità di persone che vivono in un brutto limbo, e prendono in giro se stessi e chi sta con loro, chi li aspetta, e chi ci spera. Le coppie sono difficili, camminano su tacchi a spillo alti dodici centimetri cercando di sorreggere il loro pachidermico peso. Le coppie si nutrono di una linfa che tutti e due i cuori e le menti si affannano a produrre, e se anche solo uno dei due smette, la quantità prodotta non basterà mai alla coppia per continuare a camminare. Ma cadrà in ginocchio e rialzarsi sarà difficile. Non si deve cercare di nascondere quel che il cuore sussura, tu provi a zittirlo, ma è un’arma a doppio taglio, perché lui se ignorato cercherà di urlare sempre di più, fino a che tu, esausto, dovrai arrenderti all’odioso suono delle sue parole. Se non parli, se non esterni quel biglietto vale davvero a poco…

venerdì 11 gennaio 2008

Siamo Quello Che Vogliamo Essere

Quanto è difficile, complicato, arzigogolato stare insieme a qualcuno. La relazione è come un motore va tutto bene e poi un giorno qualcosa non funziona più, e non c’è olio, meccanico, o preghiera che tenga. Quanto è duro ammettere la propria infelicità, la propria incapacità a venire fuori da una melma nera e soffocante, che ti dona uno sguardo vuoto e nello stesso tempo perso. Se si perde il bandolo della matassa dobbiamo faticare per ritrovarlo, smarrire la via non è una cosa che giova particolarmente a noi stessi. A volte può servire perdersi un po’, allontanarsi da se stessi, guardarsi e studiarsi da fuori, ma prima o poi nel proprio corpo ci si deve tornare. Allontanarsi da sé, staccare la spina, non sentire più tante cose, non avvertire più scosse, forse spegne la luce su tante cose, ma l’accende su altre. Chi nel buio dei pensieri c’è passato lo può capire, chi non ci ha mai nemmeno brancolato, per fortuna per lui, no. Io ci sono passata, mi sono persa, ma poi mi sono ritrovata. Mi sono guardata fuori, ho visto tutti fantasmi, tutti gli errori, tutti i bocconi amari, li ho ingoiati, fagocitati, digeriti e vomitati. E sono stata prima bene, poi male. Poi felice, infelice, e poi stramaledettamente infelice. Goccia su goccia le lacrime del buio hanno creato un lago dove mi sono specchiata e non riconoscendomi mi sono impaurita, perché non ero io quella che vedevo. Un colore grigio, scuro, e brutto. Un’anima nera, triste e tediosa. Ma per il nervoso alla fine scavi, alla fine ti tuffi nel nero, per vedere se a qualcosa porta, se anche quel bagno in quell’acqua salata da te prodotta, possa essere per te catartico. Perché abbiamo bisogno di riscattare noi stessi, perché ci insegnano che tutte le medaglie hanno due facce e forse ti sei stufato di vederne sempre e solo una. Dalla mia esperienza ho imparato una cosa: che siamo quel che vogliamo essere. Siamo quel che vogliamo essere, e purtroppo a volte subiamo passivamente tante cose, dimenticandoci il sapore ed il colore delle piccole cose.
Tutto passa, bisogna mettersi a nudo e sentire freddo, avere male agli organi interni, toccare la superficie più gelida che c’è per capire che fuori ci deve essere altro per noi. Qualcosa che ti guarisce, qualcosa che ti aiuta a girare pagina, qualcosa che ti fa scrivere la parola fine in fondo a tutte le brutture.


giovedì 10 gennaio 2008

Il Pensiero Di Te…

Sono in camera seduta per terra che metto in ordine delle cose buttate alla rinfusa in un cassetto, e c’è qualcosa che scalda il cuore: infiammandolo. Il pensiero di te. C’è una cosa che scalda il cuore: ricordare le tue parole. C’è che quelle parole mi hanno ricordato tante e tante cose. Quando sono sola penso a te, a dove sei, con chi sei e cosa fai…Vorrei qualcosa che mi scaldasse il cuore: la certezza di poterti stare accanto, di sentire la tua voce, di respirare i tuoi abbracci… sentire nello stomaco volare le farfalle, ed il cuore battere come le loro ali, sapere che ci sei, come io ci sono per te. I ricordi si affastellano nella mente, sovrapponendosi, sbavandosi come fa l’acqua sul colore a spirito. Vorrei che le lacrime, l’ansia, la malinconia e i colori scuri si allontanassero definitivamente da me perchè portano via la luce dal mio volto. Mi ritrovo a pensarti: mio diverso da tutti gli altri. E non mi vergogno di dirle queste cose, né di scriverle, perché solo i sentimenti sanno dipingere una persona per quella che è. Tutti i sentimenti ci creano, tutte le sfumature sono nostre. E a volte scaldano e alle altre raffreddano. Così va la vita, così gira il mondo. Ma il mondo -forse- per una volta si può anche fermare: per ascoltare e scaldare qualche cuore che dopo tanto ne ha un po’ bisogno. Ed il mio mondo smette di girare quando tu mi sei vicino. E c’è una cosa sola che scalda il cuore… quel pensiero di te.